Attività lavorativa in periodo di malattia: violato l’obbligo di fedeltà

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In tema di licenziamento la prestazione di attività lavorativa in favore di terzi da parte del dipendente che goda di un periodo di malattia, viola gli obblighi di correttezza e buona fede che sono alla base del rapporto di lavoro, in cui assume un peculiare rilievo l’obbligo di fedeltà del lavoratore, violazione che può ritenersi integrata da qualsiasi attività che si appalesi in conflitto con l’interesse del datore di lavoro medesimo.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da un lavoratore nei confronti dell’ex datore di lavoro.
La Corte d’Appello confermava la pronuncia emessa dal giudice di prima istanza il quale aveva respinto la domanda proposta dal ricorrente nei confronti della s.r.l.presso la quale lavorava, intesa a conseguire la declaratoria di illegittimità del licenziamento per giusta causa irrogatogli con tutte le conseguenziali statuizioni ripristinatorie e risarcitorie sancite dall’art.18 st. lav.

A fondamento della decisione la Corte d’appello osservava che il provvedimento espulsivo risultava basato sulla relazione stilata dalla Agenzia Investigativa da cui era emerso che il proprio ex dipendente, nel periodo in cui risultava assente per malattia dovuta ad infortunio sul lavoro, era stato sorpreso a svolgere attività lavorativa, in qualità di addetto alle pulizie, in favore della Università degli Studi per conto di altra società; che, in definitiva, le circostanze addebitate al lavoratore, comprovate alla luce degli elementi descritti, integravano fattispecie di assoluta gravità sotto il profilo disciplinare, arrecando un evidente vulnus ai doveri di lealtà, fedeltà e collaborazione cui la condotta del lavoratore dipendente deve essere informata.

Contro tale sentenza il soccombente proponeva ricorso per cassazione, in particolare dolendosi degli approdi ai quali era pervenuta la Corte d’appello in tema di esegesi dei dati istruttori acquisiti, omettendo di considerare gli esiti dei procedimenti penali per falsa testimonianza instaurati nei confronti di taluni dei testi escussi nel giudizio di primo grado (archiviazione o assoluzione), trascurando le evidenti contraddizioni emerse nelle deposizioni rese dagli investigatori, e reputando inattendibili le deposizioni dei testi di parte, nonostante la coerenza e la spontaneità che le connotava, non inficiata dall’accertamento di alcuna fattispecie di rilievo penale.

La Cassazione ha respinto il ricorso del lavoratore.
Orbene, osservano, nel merito, i Supremi Giudici come la Corte d’appello avesse accertato, facendo leva, in particolare, sugli accertamenti ispettivi espletati dalla Agenzia investigativa incaricata dalla società e corroborati dalle testimonianze raccolte, che il dipendente, nell’arco temporale contestato, si era recato con l’auto della moglie ed un collega della stessa, presso l’Università degli Studi ove operava, quale aggiudicataria dell’appalto di pulizia dei locali, la Cooperativa di lavoro di cui faceva parte la consorte. Il lavoratore, si era però limitato a criticare gli approdi ai quali era pervenuta la Corte d’appello, facendo leva su considerazioni attinenti alla attendibilità dei testimoni e all’esito di connessi giudizi penali, ovvero alla efficacia probante dei rilievi fotografici acquisiti.

Operazione, questa non consentita in Cassazione.
La soluzione cui è pervenuta la Cassazione si inserisce in una scia di decisioni che hanno, ormai con orientamento consolidato, ritenuto che la prestazione di attività lavorativa in favore di terzi, da parte del dipendente che goda di ferie e riposi, è sanzionabile (in ipotesi anche con il licenziamento) solo in quanto essa, impedendo la reintegrazione delle energie psicofisiche del lavoratore, risulti pregiudizievole al corretto adempimento dell’obbligazione lavorativa verso il datore di lavoro.

Del resto, non va dimenticato che la violazione degli obblighi di correttezza e buona fede che sono alla base del rapporto di lavoro, in cui assume un peculiare rilievo l’obbligo di fedeltà del lavoratore, è integrata non solo dallo svolgimento di attività inerente al medesimo prodotto posto sul mercato dal datore di lavoro ma anche da qualsiasi altra attività che si appalesi in conflitto con l’interesse del datore di lavoro medesimo.

Fonte: Ipsoa.it

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