Atti violenti: licenziamento legittimo solo se è provata l’intenzionalità

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La Corte di Cassazione afferma che, in caso di licenziamento per giusta causa motivato da atti violenti compiuti dal dipendente sul luogo di lavoro, la legittimità del recesso è verificata solo se possono essere provate la materialità e l’intenzionalità del fatto. In particolare, Secondo la Suprema Corte le eventuali esimenti della condotta del lavoratore possono avere rilevanza soltanto qualora sia stata preventivamente dimostrata la condotta colpevole del dipendente stesso. L’inversione dell’onere della prova, dunque, qualora basata sul comportamento violento del dipendente sussiste unicamente nel caso in cui il datore di lavoro possa dimostrare l’accaduto nella sua materialità e secondo l’elemento intenzionale.

Con la sentenza n.20211 del 7 ottobre 2016 la Corte di Cassazione, sezione Lavoro, è tornata ad esprimersi in materia di licenziamento per giusta causa intimato al lavoratore dipendente a seguito di atti violenti compiuti sul posto di lavoro.

Il caso: dal diverbio alla colluttazione tra colleghi
Nel caso in esame, un violento diverbio tra colleghi era degenerato in una colluttazione, come confermato anche dai testimoni.

La sentenza di primo grado aveva dato ragione all’azienda giudicando legittimo il licenziamento, mentre invece la Corte d’Appello aveva riformato il giudizio e disposto la reintegrazione del dipendente.

Prove testimoniali fondamento della mancanza
La realtà dei fatti è risultata invero complicata da dimostrare poiché le dichiarazioni dei testimoni presenti si sono rivelate contrastanti e poco chiare; si tratta di un importante elemento di valutazione, giacchè in questa fattispecie sono proprio le prove testimoniali a costituire il fondamento della mancanza ascritta al dipendente.

Quando scatta l’inversione dell’onere della prova
Con queste premesse, la Cassazione ha rigettato la tesi del datore di lavoro che sosteneva che, una volta accertato che la lite si era concretamente verificata, era onere del ricorrente dimostrare la sussistenza di una scriminante, costituita per esempio dall’aver reagito ad una aggressione subita dal collega.

Secondo la Suprema Corte Infatti, le eventuali esimenti della condotta del lavoratore possono avere rilevanza soltanto qualora sia stata preventivamente dimostrata la condotta colpevole del dipendente stesso.

L’inversione dell’onere della prova, dunque, qualora basata sul comportamento violento del dipendente sussiste unicamente nel caso in cui il datore di lavoro possa dimostrare “l’accaduto nella sua materialità e secondo l’elemento intenzionale”.

Fonte: Ipsoa.it

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