Assunzioni a termine: conversione e norma transitoria

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La Cassazione ha affermato un importante principio in tema di assunzioni a termine nel settore delle poste, in particolare soffermandosi sulle previsioni in tema di conversione del rapporto a termine in rapporto a tempo indeterminato di cui norma transitoria contenuta nella legge finanziaria 2008.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra la società Poste Italiane ed un dipendente, assunto con contratto di lavoro a tempo determinato.

La Corte di appello, in riforma della sentenza del Tribunale, ha dichiarato la nullità del termine apposto al contratto stipulato tra Poste Italiane e un dipendente riconoscendo un unico contratto a tempo indeterminato con decorrenza dal 2006 e con conseguente ordine di riammissione in servizio e di condanna di Poste alla corresponsione di un indennizzo pari a 10 mensilità.

La Corte ha riferito che tra le parti erano intercorsi vari contratti a tempo determinato e che in particolare, per quel che qui rileva, erano stati stipulati cinque contratti tra il 2006 ed il 2008.

La Corte ha affermato, in relazione all’eccepita incompatibilità della normativa con la clausola 5 dell’accordo quadro allegato alla Direttiva 1999/70/CE del Consiglio dell’Unione Europea del 28 giugno 1999 sul lavoro a tempo determinato, che la normativa nazionale prevedeva una durata massima di sei mesi per i contratti a termine stipulati per il periodo da aprile ad ottobre e una durata massima di quattro mesi per gli altri periodi dell’anno, ma nessun divieto o misura di prevenzione in caso di reiterazione di questi contratti anno dopo anno con conseguente possibile abuso del ricorso al contratto a termine; che un limite era stato introdotto solo con la legge finanziaria 2008 che aveva stabilito una durata massima complessiva di 36 mesi anche in caso di successione di contratti; che, tuttavia, la norma transitoria di cui sopra, secondo il suo significato letterale, comportava che alla data di stipula del secondo contratto intercorso tra le parti del 2 novembre 2006 non era in vigore alcuna misura di prevenzione degli abusi per i rapporti a termine autorizzati ai sensi della legge all’epoca applicabile, e per i quali non era necessaria la specificazione della causale. Poiché Poste italiane non aveva dedotto e provato i requisiti di forma e le ragioni oggettive che giustificavano la clausola di apposizione del termine questa, secondo la Corte d’appello, doveva essere ritenuta nulla con conseguente conversione dei rapporti di lavoro a termine i rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la società Poste Italiane, in particolare sostenendo l’erroneità della sentenza, la quale avrebbe dovuto rilevare che la norma che prevedeva la durata massima totale dei vari contratti a termine – e cioè uno dei possibili limiti alla successione previsti dalla clausola numero 5 dell’accordo quadro alla direttiva- all’epoca dei contratti era operativa e per effetto la Corte territoriale avrebbe dovuto dichiarare la legittimità della successione dei contratti stipulati dal 6 aprile 2006.

La Cassazione ha accolto il ricorso della società, enunciando un interessante principio di diritto, per la prima volta affermato dalla Corte Suprema, e che merita dunque di essere qui evidenziato perché di assoluto rilievo per gli operatori.

Sul punto, si tratta di accertare se la norma applicabile all’epoca fosse anche compatibile con riferimento alla clausola 5 dell’accordo quadro alla direttiva CE sul lavoro a tempo determinato in relazione alla possibile reiterazione dei contratti ai sensi della norma citata e dunque senza la necessità di indicare alcuna specifica causale. La clausola citata dell’accordo quadro stabilisce l’obbligo degli Stati membri di adottare misure idonee ad evitare abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti o rapporti di lavoro a tempo determinato. Secondo la Corte d’appello la normativa all’epoca applicata da Poste Italiane non conteneva misure idonee ad evitare tali possibili abusi considerato, inoltre, che la norma transitoria introdotta con la legge finanziaria 2008 – in base al quale era stabilita una durata massima complessiva di 36 mesi anche in caso di successioni di contratti- non era applicabile all’epoca della stipula dei contratti a termine di cui è causa e ciò in base all’interpretazione letterale della disposizione transitoria medesima.

La Cassazione, come detto, ha disatteso la tesi della Corte d’appello, affermando invece il principio in massima enunciato.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’interpretazione offerta dalla Corte di Cassazione, la norma transitoria contenuta nella legge finanziaria 2008, nel prevedere che la conversione del rapporto a termine in rapporto a tempo indeterminato, in caso di violazione del periodo complessivo di 36 mesi, deve essere intesa nel senso che il periodo oltre il quale si determina la conversione è ridotto al 31 marzo 2009, senza necessità di attendere i 36 mesi a decorrere dall’entrata in vigore della legge (1° gennaio 2008).

Fonte: Ipsoa.it

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