Assunzione di lavoratori in mobilità: 12 mesi riferiti al contratto

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Nel caso di assunzione di lavoratori in mobilità il termine di 12 mesi non riguarda l’agevolazione contributiva ma la durata massima del contratto. Nel caso in cui il contratto a tempo determinato venga poi trasformato a tempo indeterminato, l’agevolazione spetta per l’ulteriore durata di un anno, che si somma a quella precedentemente riconosciuta.

Con una interessante sentenza, la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha ribadito un importante principio in tema di benefici contributivi per l’assunzione di lavoratori in mobilità, in particolare affermando che il termine di dodici mesi – durata massima del contratto di assunzione previsto dalla legge per i lavoratori in mobilità – non è riferito alla durata dell’agevolazione contributiva, ma alla durata massima del contratto a tempo determinato per il quale l’agevolazione opera; nel caso poi che il contratto venga trasformato a tempo indeterminato, l’agevolazione spetta per l’ulteriore durata di un anno, che si somma a quella precedentemente riconosciuta.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra una s.r.l., il concessionario per riscossione tributi e l’INPS.

In sintesi, i fatti.
La Corte d’Appello, in accoglimento dell’appello proposto dall’INPS in proprio e quale mandatario della SCCI spa, nei confronti della società N.G.A. S.r.l., avverso la sentenza emessa tra le parti dal Tribunale, rigettava l’opposizione al verbale per la ritenuta decadenza dai benefici contribuitivi per cui era causa e rigettava l’opposizione alla cartella di pagamento relativa agli stessi.

Il Tribunale, decidendo sui ricorsi riuniti proposti dalla predetta s.r.l., il primo relativo a verbale di accertamento del 25 marzo 2000 redatto dagli ispettori INPS in materia di durata del beneficio contributivo, il secondo avente ad oggetto opposizione avverso l’iscrizione a ruolo e la cartella esattoriale con la quale veniva ingiunto il pagamento della somma di euro 18.358,23, a titolo di contributi e somme aggiuntive, accoglieva le domande e dichiarava l’illegittimità del verbale di accertamento INPS del 25 febbraio 2000 in relazione alla posizione del lavoratore di P.R., nonché delle conseguenti iscrizione a ruolo e cartella esattoriale.

La Corte di Appello, nell’accogliere il terzo motivo di ricorso dell’INPS, statuiva che la durata massima delle agevolazioni contributive non poteva superare i dodici mesi computandosi anche i periodi già goduti da altri datori di lavoro per lo stesso lavoratore.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la s.r.l., in particolare assumendo che l’interpretazione della normativa (art.8, co, 2, legge n.223/1991) pone in luce come al datore di lavoro, qualora assuma lavoratori in mobilità, spetta il beneficio contributivo per dodici mesi e, in caso di conversione del rapporto di lavoro a tempo determinato, per ulteriori dodici mesi.

La tesi della Corte d’Appello avrebbe potuto essere accettata in presenza sempre dello stesso datore di lavoro che assume il lavoratore con successivi contratti di lavoro a tempo determinato, ma tale circostanza non ricorreva nella fattispecie in esame.

La Cassazione ha accolto il ricorso della società, affermando un principio già presente nella giurisprudenza della S.C., ma che per la sua importanza dev’essere qui ribadito.

Per meglio comprendere la decisione della Cassazione, occorre premettere in fatto, prima di passare all’esame della soluzione, che P.R., iscritto nelle liste di mobilità dal 1° settembre 1996, veniva assunto a tempo determinato dalla ditta D. e V. di V.D. nel periodo 19 maggio 1997- 22 gennaio 1998.
Il rapporto di lavoro, per il quale si usufruiva dei contributi di cui all’art. 8 della legge n. 223 del 1991, cessava per licenziamento.

Successivamente, in data 2 febbraio 1998, il p.r. veniva assunto con contratto a tempo determinato della durata di dodici mesi dalla s.r.l. in questione, convertito in contratto di lavoro a tempo indeterminato dal febbraio 1999, usufruendo dei benefici connessi ai lavoratori iscritti nelle liste di mobilità sino al 31 dicembre 1999.

La Corte d’Appello ha statuito che “la durata massima delle agevolazioni contributive di cui all’art.8, comma 2, della legge n.223 del 1991, non può superare i dodici mesi, computandosi anche i periodi già goduti da altri datori di lavoro per lo stesso lavoratore, sia pure in forza di contratti a tempo determinato posti in essere nello stesso arco temporale”.

Ha affermato il giudice di secondo grado che il P.R., iscritto in mobilità il 1° settembre 1996, con la sospensione per il periodo di rioccupazione presso la ditta D.V. dal 19 maggio 1997 al 22 gennaio 1998, nel maggio 1998 aveva raggiunto il suo periodo massimo d’iscrizione e, non essendo avvenuta la trasformazione in rapporto a tempo indeterminato entro tale periodo, non potevano essere attribuiti i benefici contributivi fonte di causa, legittimamente disconosciuti, essendo non pertinente la giurisprudenza richiamata dalla società sull’irrilevanza del ritardo nella comunicazione di trasformazione del rapporto a tempo indeterminato, non essendo questa la circostanza dell’avvenuto disconoscimento dei benefici, derivante dal raggiungimento del periodo massimo, non seguito alla scadenza da trasformazione del rapporto a tempo indeterminato.

Tanto premesso, la Cassazione, nel risolvere il caso sottoposto al suo esame, ricorda che l’art.8, comma 2, della legge n.223 del 1991 stabilisce che “i lavoratori in mobilità possono essere assunti con contratto di lavoro a termine di durata non superiore a dodici mesi. La quota di contribuzione a carico del datore di lavoro è pari a quella prevista per gli apprendisti dalla legge 19 gennaio 1955, n.25, e successive modificazioni. Nel caso in cui, nel corso del suo svolgimento, il predetto contratto venga trasformato a tempo indeterminato, il beneficio contributivo spetta per ulteriori dodici mesi in aggiunta a quello previsto dal comma 4”, che a sua volta, al primo periodo stabilisce che “al datore di lavoro che, senza esservi tenuto ai sensi del comma 1, assuma a tempo pieno e indeterminato i lavoratori iscritti nella lista di mobilità è concesso, per ogni mensilità di retribuzione corrisposta al lavoratore, un contributo mensile pari al cinquanta per cento della indennità di mobilità che sarebbe stata corrisposta al lavoratore”.

La giurisprudenza di legittimità ha avuto modo di affermare che il termine di dodici mesi previsto nel primo inciso dell’art.8, comma 2, della legge n.223 del 1991, non è riferito alla durata dell’agevolazione contributiva, ma alla durata massima del contratto a tempo determinato per il quale l’agevolazione opera; nel caso poi che il contratto venga trasformato a tempo indeterminato, l’agevolazione spetta per l’ulteriore durata di un anno, che si somma a quella precedentemente riconosciuta.

In precedenza, la stessa Cassazione aveva già avuto modo di precisato che, l’art.8, comma 2, della legge n.223 del 1991, ha introdotto una fattispecie di assunzione a tempo determinato autonoma ed ulteriore rispetto alle ipotesi contemplate dalla legge 18 aprile 1962, n.230, pertanto estranea ai penetranti limiti oggettivi previsti dall’art.1, di tale legge, in quanto connessa ad una causale di carattere prettamente soggettivo riferita al lavoratore e relativa alla condizione in cui questi si trovi di iscritto nelle liste di mobilità, realizza nei confronti di tali soggetti la liberalizzazione del lavoro a termine, con l’unico limite di carattere temporale riferito alla sua durata massima del contratto, che non potrà essere superiore ai dodici mesi.

La ragione di tale disciplina separata risiede nell’intento di favorire per il lavoratore in mobilità nuove opportunità di impiego, ancorché temporaneo, ma in vista di possibili successive trasformazioni in (o di assunzioni con) contratto di lavoro a tempo indeterminato, con un limite, rappresentato dalla durata massima del contratto, legato alla necessità di evitare il consolidamento di una situazione di precarizzazione del rapporto di lavoro del dipendente in mobilità, ritenuta favorita dal prolungamento o dalla reiterazione di successivi contratti a termine col medesimo datore di lavoro.

Erroneamente, dunque, secondo gli Ermellini, la Corte d’Appello ha ritenuto che il termine di 12 mesi costituisse termine massimo per l’attribuzione del beneficio e non limite per la durata del contratto a termine stipulato con il medesimo datore di lavoro.

Qualora il contratto a termine, stipulato in presenza delle condizioni fissata dall’art.8, comma 2, è trasformato, entro il termine massimo di durata di dodici mesi, in contratto di lavoro a tempo indeterminato, deve essere, altresì. riconosciuto l’ulteriore beneficio contributivo di cui alla citata disciplina sopra richiamata.

Da qui dunque l’accoglimento del ricorso.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’esegesi offerta dalla Cassazione, il termine di dodici mesi – durata massima del contratto di assunzione previsto dalla legge per i lavoratori in mobilità – non è riferito alla durata dell’agevolazione contributiva, ma alla durata massima del contratto a tempo determinato per il quale l’agevolazione opera; nel caso poi che il contratto venga trasformato a tempo indeterminato, l’agevolazione spetta per l’ulteriore durata di un anno, che si somma a quella precedentemente riconosciuta.

Fonte: Ipsoa.it

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