Assunzione della colf da parte della ex moglie: anche l’ex marito datore di lavoro?

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L’assunzione della colf durante il matrimonio da parte della ex moglie non esclude che l’ex marito, per il principio dell’apparenza, ne fosse datore di lavoro. In tema di obbligazioni lavorative contratte durante il rapporto coniugale, precisando che il principio secondo cui, nella disciplina del diritto di famiglia, l’obbligazione assunta da un coniuge, per soddisfare bisogni familiari, non pone l’altro coniuge nella veste di debitore solidale, trova la sua eccezione nell’ipotesi in cui si possa ritenere che, per il principio dell’apparenza, il contraente che ha contrattato con uno dei due coniugi dovesse fare ragionevole affidamento che questi agisse anche in nome e per conto dell’altro coniuge.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da una domestica nei confronti di una coppia di coniugi presso cui aveva prestato attività lavorativa.

La ricorrente, sull’assunto di aver lavorato come collaboratrice familiare per circa 10 anni, dal 1993 al 2003, rimanendo creditrice di somme dovute a vari titoli nascenti da detto rapporto, in data 15.07.2005 convenne il datore innanzi al Giudice del lavoro.

Costituitosi il resistente – denegante alcuna propria legittimazione passiva (per essere il preteso rapporto intercorso con la di lui moglie, poi separata nel 2003) – il Tribunale accolse la domanda.

La Corte di Appello ha però respinto l’appello della ricorrente, ritenendolo passivamente tenuto a rispondere delle inadempiute obbligazioni scaturite da rapporto allo stesso riferibile, ed ha anche accolto l’incidentale della domestica (che sosteneva operante il principio di non contestazione anche a carico di chi, come il resistente, aveva limitato le sue difese a negare la propria legittimazione).

Contro la sentenza proponeva ricorso per Cassazione il soccombente in primo grado, in particolare sostenendo la violazione del principio della apparenza del diritto e violazione dei principii in materia di affidamento del terzo (in una vicenda nella quale il coniuge si era limitato alla sola fornitura alla moglie del denaro necessario a remunerare la collaborazione domestica, alla cui gestione egli era assolutamente estraneo).
La Cassazione ha respinto il ricorso.

Osserva, sul punto, la Corte di cassazione che nella disciplina del diritto di famiglia, l’obbligazione assunta da un coniuge, per soddisfare bisogni familiari, non pone l’altro coniuge nella veste di debitore solidale, non sussistendo alcuna deroga rispetto alla regola generale secondo cui il contratto non produce effetti rispetto ai terzi; tale principio opera indipendentemente dal fatto che i coniugi si trovino in regime di comunione dei beni, essendo la circostanza rilevante solo sotto il diverso profilo dell’invocabilità da parte del creditore della garanzia dei beni della comunione o del coniuge non stipulante.

E tale principio, invocato dal resistente a sostegno della estraneità dai debiti del coniuge sol perchè somministrante la provvista di un rapporto interamente “gestito” dalla moglie, è stato chiaramente riaffermato dalla sentenza impugnata.
Nondimeno, ricordano i Supremi Giudici, è stato sempre riaffermato (ed anche con riguardo al regime generale delle obbligazioni contrattuali), che rimane salva l’ipotesi in cui si possa ritenere che, per il principio dell’apparenza, il contraente che ha contrattato con uno dei due coniugi dovesse fare ragionevole affidamento che questi agisse anche in nome e per conto dell’altro coniuge.

E ciò nella sussistenza del ragionevole convincimento del terzo, derivante da errore scusabile, che lo stato di fatto rispecchi la realtà giuridica, per cui egli facendo in buona fede affidamento su una situazione giuridica non vera, ma solo apparente, e comportandosi in aderenza a essa, ha diritto di contare sulla manifestazione apparente, sebbene non conforme alla realtà.

Ebbene, tornando al caso in esame, hanno osservato gli Ermellini come la Corte di appello aveva sottoposto ad attenta disamina i fatti, e ne ha tratto la conclusione, del tutto conforme ai principii di diritto sopra rammentati, dell’incolpevole e ragionevole affidamento della lavoratrice domestica (i cui strumenti culturali non le consentivano certo di porsi problemi di ruolo del coniuge nel quadro civilistico novellato) nella reale posizione di datore di lavoro del soccombente, delegante alla moglie l’esecuzione dei compiti afferenti le direttive quotidiane del servizio. Da qui, dunque, il rigetto del ricorso del datore di lavoro.

Fonte: Ipsoa.it

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