Assenza di misure di sicurezza: rifiuto al lavoro lecito con conservazione dello stipendio

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Lecito il rifiuto al lavoro e la conservazione dello stipendio per il periodo di astensione se il datore di lavoro non appronta le necessarie misure per eseguire l’attività in sicurezza. Il legittimo rifiuto di eseguire la prestazione lavorativa motivato dalla violazione dell’obbligo datoriale di sicurezza garantisce il diritto alla retribuzione. In caso di violazione da parte del datore di lavoro dell’obbligo di sicurezza di cui all’art.2087 cod. civ. (obbligo di tutela delle condizioni di lavoro da parte dell’imprenditore), non solo è legittimo, a fronte dell’inadempimento altrui, il rifiuto del lavoratore di eseguire la propria prestazione, ma questi conserva al contempo il diritto alla retribuzione, in quanto non possono derivargli conseguenze sfavorevoli in ragione della condotta inadempiente del datore.

Con una interessante sentenza, la Corte di Cassazione ha ribadito un importante principio in tema di prestazioni lavorative, in particolare affermando che in caso di violazione da parte del datore di lavoro dell’obbligo di sicurezza di cui all’art.2087 cod. civ., non solo è legittimo, a fronte dell’inadempimento altrui, il rifiuto del lavoratore di eseguire la propria prestazione, ma questi conserva, al contempo, il diritto alla retribuzione in quanto non possono derivargli conseguenze sfavorevoli in ragione della condotta inadempiente del datore.
Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato dalla Fiat Group Automobiles Spa nei confronti di alcuni dipendenti.

Con ricorso al Tribunale quattordici dipendenti della Fiat Group Automobiles Spa convenivano la datrice di lavoro esponendo che erano addetti all’assemblaggio delle portiere delle auto presso il reparto denominato “Ute 11”; che nei mesi precedenti il marzo 2008 si era verificata la caduta di diverse portiere; che il 3 marzo 2008 si era verificata l’ennesima caduta di una portiera, per cui i lavoratori si erano rifiutati di proseguire il lavoro sino a quando l’azienda non avesse adempiuto agli obblighi in materia di sicurezza; che era intervenuta la squadra di manutenzione che aveva effettuato i primi interventi urgenti di riparazione e sostituzione dei ganci di tenuta, all’esito dei quali, dopo un’ora e 45 minuti gli operai avevano ripreso il lavoro; che l’azienda aveva addebitato ai ricorrenti la retribuzione corrispondente al fermo di un’ora e 45 minuti qualificando il rifiuto della prestazione come sciopero.

Concludevano chiedendo la condanna della società a rimborsare quanto indebitamente trattenuto per la giornata del 3 marzo 2008. Il Tribunale rigettava il ricorso, ritenendo che la non gravità dell’inadempimento datoriale escludesse l’applicabilità dell’art.1460 c.c.

I lavoratori impugnavano tale decisione e la Corte di Appello lo accoglieva condannando la società a pagare le somme trattenute per la giornata del 3 marzo 2008, oltre accessori e spese del doppio grado.

La Corte d’appello riteneva “sussistenti tutti i requisiti della fattispecie prevista dall’art.1460 c.c. con la conseguente legittimità del rifiuto temporaneo della prestazione” attuato dai lavoratori.

Ha considerato che il rifiuto era immediatamente seguito all’ennesima caduta di una portiera; che la gravità di tale evento, in correlazione con gli obblighi di sicurezza e di prevenzione gravanti sul datore di lavoro, era desumibile dalla circostanza, riconosciuta dall’azienda medesima, che la caduta di una portiera avrebbe potuto provocare seri danni all’addetto che ne fosse stato investito; che l’indagine sulla causale dei distacchi non apportava elementi tali da ridurre o attenuare la gravità dell’inadempimento circa gli obblighi di sicurezza e prevenzione; che nell’ottica della gravità complessiva del comportamento datoriale inadempiente occorreva evidenziare che nel periodo precedente l’episodio del 3 marzo 2008 si erano verificati altri casi di sganciamento totale o parziale delle portiere e tale circostanze erano state comunicate ai superiori; che, sotto il profilo della proporzionalità della reazione, la sospensione della prestazione si era protratta per il tempo strettamente necessario per consentire l’intervento dei manutentori, dopo di che i lavoratori, rassicurati dall’intervento aziendale, avevano ripreso a lavorare.

I giudici avevano altresì affermato che “dall’applicazione dell’art.1460 c.c. deriva direttamente una posizione di mora credendi del datore di lavoro che non è quindi liberato dall’obbligazione relativa alla corresponsione della retribuzione relativa all’arco temporale in cui la prestazione lavorativa non ha avuto luogo; una soluzione di diverso segno risulterebbe contraria ai principi dell’ordinamento, dal momento che, in presenza di un’astensione legittima, ed essendo esclusa la fattispecie dello sciopero, proprio sul piano della corrispettività delle prestazioni non ne può derivare un danno al soggetto che ha subito l’inadempimento datoriale”.

Contro la sentenza proponeva ricorso per cassazione la Fiat, contestando alla Corte d’appello di aver riconosciuto la permanenza in capo al datore di lavoro dell’obbligo retributivo pur in assenza di una prestazione lavorativa, con deviazione dal principio di corrispettività del contratto di lavoro, nonché di avere ritenuto che dal rifiuto della prestazione lavorativa, quale reazione all’inadempimento datoriale, possa derivare automaticamente una posizione di mora accipiendi del datore di lavoro.

La Cassazione ha respinto il ricorso, affermando un principio di diritto già presente nella giurisprudenza della Corte ma che, per la sua importanza, dev’essere in questa sede ribadito.

Sul punto, gli Ermellini ricordano che il datore di lavoro è obbligato a mente dell’art.2087 c.c. ad assicurare condizioni di lavoro idonee a garantire la sicurezza delle lavorazioni ed è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Per la giurisprudenza della Cassazione la violazione di tale obbligo legittima i lavoratori a non eseguire la prestazione, eccependo l’inadempimento altrui.

La protezione, anche di rilievo costituzionale, dei beni presidiati dall’art.2087 c.c. postula meccanismi di tutela delle situazioni soggettive potenzialmente lese in tutte le forme che l’ordinamento conosce. Dunque, per garantire l’effettività della tutela in ambito civile, non solo azioni volte all’adempimento dell’obbligo di sicurezza o alla cessazione del comportamento lesivo ovvero a riparare il danno subito, ma anche il potere di autotutela contrattuale rappresentato dall’eccezione di inadempimento, rifiutando l’esecuzione della prestazione in ambiente nocivo soggetto al dominio dell’imprenditore.

Di recente è stato altresì statuito che in caso di violazione da parte del datore di lavoro dell’obbligo di sicurezza di cui all’art.2087 cod. civ., non solo è legittimo, a fronte dell’inadempimento altrui, il rifiuto del lavoratore di eseguire la propria prestazione, ma costui conserva, al contempo, il diritto alla retribuzione in quanto non possono derivargli conseguenze sfavorevoli in ragione della condotta inadempiente del datore.

Poiché la Corte d’appello aveva applicato detto principio di diritto riconoscendo ai lavoratori la retribuzione per il periodo di sospensione dell’attività, prescindendo dalla costituzione in mora e pur in assenza di una prestazione lavorativa, la sentenza impugnata non meritava le critiche mosse.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed invero, secondo l’interpretazione offerta dalla Cassazione, in caso di violazione da parte del datore di lavoro dell’obbligo di sicurezza di cui all’art.2087 cod. civ., non solo è legittimo, a fronte dell’inadempimento altrui, il rifiuto del lavoratore di eseguire la propria prestazione, ma costui conserva, al contempo, il diritto alla retribuzione in quanto non possono derivargli conseguenze sfavorevoli in ragione della condotta inadempiente del datore.

Fonte: Ipsoa.it

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