Assegno di invalidità civile: regime probatorio

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In tema di assegno di invalidità civile, il disabile che ne fa richiesta deve provare non solo di non aver lavorato, ma anche di essersi attivato per essere avviato al lavoro nelle forme riservate ai disabili. Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato tra un disabile e l’INPS.

La Corte d’appello, riformando la sentenza di primo grado, dichiarava il diritto del disabile all’assegno mensile di assistenza e, per l’effetto, condannava l’INPS al pagamento del beneficio.

In particolare, osservava la Corte d’appello che la fattispecie era regolata dall’art.1, comma 35, della legge n.247 del 2007, il quale richiede che il soggetto beneficiario “non svolga attività lavorativa” e che tale condizione, comprovabile mediante dichiarazione sostitutiva di atto notorio, non integrava un requisito costitutivo del diritto, ma una mera condizione di erogabilità del beneficio, essendo il suo accertamento circoscritto alla fase amministrativa, quale presupposto del relativo pagamento. In merito al requisito reddituale, osservava che doveva “darsi atto della erronea percezione del giudice di primo grado” per avere “disatteso la certificazione riguardante i redditi del 2005 che, alla data di presentazione del ricorso costituiva l’ultimo periodo di imposta disponibile”.

Per la cassazione di tale sentenza l’Inps ha proposto ricorso, censurando – per quanto di interesse in questa sede – la sentenza per non avere debitamente considerato che sia il requisito della incollocabilità al lavoro (fino al 31.12.2007), sia quello del mancato svolgimento dell’attività lavorativa (dal 1.1.2008) sono requisiti costitutivi del diritto all’assegno di invalidità civile, che vanno accertati giudizialmente con le certificazioni rilasciate dagli Enti competenti nelle forme richieste.

In sostanza, avrebbe dovuto essere verificato lo stato di incollocamento al lavoro secondo i principi costantemente affermati al riguardo dalla giurisprudenza di legittimità, nel cui contesto il requisito suddetto rappresenta – al pari della ridotta capacità lavorativa e del requisito economico e reddituale di cui alla legge n.118/71 – un elemento costitutivo del diritto alla prestazione, la cui prova è a carico del soggetto richiedente. Peraltro, anche nella nuova formulazione della norma (in vigore dal 1.1.2008), il requisito – non più di incollocazione al lavoro, ma di mancato svolgimento dell’attività lavorativa – rappresenta un elemento costitutivo del diritto all’assegno di assistenza e deve essere dimostrato dall’invalido.

La Cassazione ha però respinto il ricorso dell’INPS, affermando un interessante principio, di cui merita un sintetico approfondimento il percorso logico – giuridico seguito.

In particolare, gli Ermellini hanno osservato come la Corte di appello ha riconosciuto lo stato di invalidità sussistente all’epoca di presentazione della domanda amministrativa (24 maggio 2007). A tale data la disciplina normativa vigente per la verifica degli altri requisiti costitutivi del diritto, tra cui quello dell’incollocamento al lavoro, non era la legge n.247 del 2007, decorrente dal 1 gennaio 2008, ma la legge n.68/99. La disciplina vigente al momento dell’insorgenza dello stato invalidante e della presentazione della domanda amministrativa è quella dettata dalla legge n.68 del 1999, vigente fino al 1 gennaio 2008. Questa, prevedeva che la legge si applicasse alle persone in età lavorativa affette da minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali e ai portatori di handicap intellettivo, che comportino una riduzione della capacitàlavorativa superiore al 45 per cento, “accertata” dalle competenti commissioni per il riconoscimento dell’invalidità civile in conformità alla tabella indicativa delle percentuali di invalidità per minorazioni e malattie invalidanti. In questo quadro, l’esperimento del procedimento per l’accertamento dell’invalidità da parte delle apposite commissioni è propedeutico all’iscrizione negli elenchi degli invalidi aspiranti al collocamento agevolato.

Conseguentemente, secondo i giudici di Piazza Cavour, non può darsi continuità all’indirizzo giurisprudenziale (formatosi con riferimento alla precedente disciplina del collocamento dei disabili) per le fattispecie regolate ratione temporis dalla disciplina di cui alla legge n.68 del 1999. Ciò fin quando la L. 24 dicembre 2007, n.247 non ha sostituito il testo della legge n.118/71, introducendo, in luogo del requisito dell’incollocazione, quello più generico del mancato svolgimento di attività lavorativa.

In conclusione, dalla entrata in vigore della L. n.68 del 1999 sino a quando la L. n.247 del 2007 ha trasformato il requisito occupazionale (da incollocazione al lavoro in mera mancanza di occupazione), il disabile che richiede l’assegno d’invalidità civile deve provare non solo di non aver lavorato, ma anche di essersi attivato per essere avviato al lavoro nelle forme riservate ai disabili. Questa attivazione, sino a quando le commissioni mediche competenti all’accertamento delle condizioni sanitarie per l’iscrizione negli elenchi non si sono pronunciate, può essere provato dimostrando di aver richiesto detto accertamento; una volta intervenuto l’accertamento positivo, dimostrando di essere stato iscritto negli elenchi o quanto meno di aver richiesto l’iscrizione.

Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Ed infatti, secondo l’interpretazione offerta dalla Corte di Cassazione, per la prova dell’incollocazione al lavoro basta la domanda alla commissione medica di accertamento, con l’unico limite costituito dal fatto che non potrà essere utilizzata una mera dichiarazione dell’interessato, anche se formalizzata come autocertificazione: questa, che può assumere rilievo nei rapporti amministrativi, è priva di efficacia probatoria in sede giurisdizionale.

Fonte: Ipsoa.it

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