Assegni familiari erogati indebitamente: conguaglio INPS o recupero diretto?

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In tema di assegni familiari il datore di lavoro ha una generale funzione sostitutiva dell’ente previdenziale, per conto del quale anticipa gli assegni ai propri dipendenti (compensando i relativi importi sulla misura globale dei contributi dovuti all’INPS e versando cosi la sola eccedenza). Ne deriva che, in caso di prestazioni indebitamente erogate al lavoratore e poste a conguaglio, il datore di lavoro è tenuto a recuperare le relative somme, trattenendole su quelle da lui dovute al lavoratore medesimo a qualsiasi titolo in dipendenza del rapporto di lavoro.

Il fatto trae origine dal contenzioso instaurato da una società nei confronti dell’INPS.
In breve, i fatti.

La Corte d’appello decidendo sull’impugnazione proposta dall’INPS nei confronti di una s.c. a r.l. e di una spa, avverso la sentenza del Tribunale, nonchè sul reciproco appello incidentale e sull’appello riunito proposto dalla suddetta società avverso la sentenza del Tribunale, dichiarata la carenza di legittimazione passiva della spa, così provvedeva:

– a) rigettava l’appello dell’INPS;
– b) in parziale accoglimento dell’appello incidentale della società rideterminava le spese di lite;
– c) in parziale accoglimento dell’appello principale della società, annullava la cartella esattoriale, condannando tuttavia la società a versare all’INPS 70.762,87 euro per assegni nucleo familiare e 1.193,02 euro per DM/10 insoluti mesi ottobre e novembre 1999, e dichiarando altresì che l’INPS aveva diritto anche a riscuotere le poste illiquide costituite dal recupero delle agevolazioni godute da tre dipendenti, delle differenze di aliquota dal 14,6% al 14 % per sgravi oneri sociali dicembre 1994, e delle differenze sulla fiscalizzazione per contributi Tbc e SSN, somme tutte maggiorate di interessi e rivalutazione.
Contro la sentenza proponeva ricorso per Cassazione la società cooperativa nei confronti dell’INPS, della CSSI e di Equitalia ETR, in particolare sostenendo che la Corte d’Appello avrebbe errato nel condannarla al pagamento nei confronti dell’INPS della somma di euro 70.762,87 per assegni nucleo familiare.

Tale statuizione sarebbe stata fondata su una pretesa inversione dell’onere della prova, fondata sulla asserzione che il pagamento ai dipendenti dell’assegno per il nucleo familiare configuri uno sgravio contributivo o una posta dedotta in compensazione dopo l’accertamento di un’evasione contributiva e non, come è avvenuto nel caso di specie, un ordinario conguaglio sugli assegni familiari.

Il conguaglio opererebbe automaticamente e non sarebbe soggetto ad alcuna autorizzazione da parte dell’INPS.
Intervenuta la compensazione, il recupero di eventuali assegni non dovuti poteva configurarsi solo nei confronti dei lavoratori e non del datore di lavoro.

La Cassazione respingeva il ricorso della società, affermando un principio già presente nella giurisprudenza della Corte ma che, per la sua importanza, dev’essere in questa sede ribadito.

Va sul punto precisato, per la Cassazione, che, secondo la normativa attualmente vigente, gli assegni familiari sono corrisposti agli aventi diritto a cura del datore di lavoro alla fine di ogni periodo di pagamento della retribuzione.
La legge stabilisce, inoltre, che se l’ammontare dei contributi dovuti risulta superiore all’ammontare degli assegni corrisposti, il datore di lavoro provvederà, entro dieci giorni dalla fine di ciascun mese, a versare l’eccedenza all’INPS, e che se l’ammontare degli assegni corrisposti risulta superiore all’ammontare dei contributi dovuti, l’INPS provvederà a rimborsare l’eccedenza al datore di lavoro.

La Cassazione ha già avuto modo di affermare che disposizioni normative regolatrici delle modalità di pagamento degli assegni familiari, ne prevedono l’erogazione mediante anticipazione del relativo importo da parte del datore di lavoro (per conto dell’INPS che sopporta l’onere definitivo della prestazione), e il diritto dello stesso datore ad operarne il conguaglio con i contributi e le altre somme dovute all’ente previdenziale.

Per converso, ove l’ammontare degli assegni corrisposti risulti superiore a quello dei contributi dovuti, il datore di lavoro ha diritto al rimborso dell’eccedenza da parte dell’INPS.

L’attivazione da parte del datore di lavoro del meccanismo, sicuramente agevolativo, di anticipazione degli assegni familiari e del conguaglio di quanto corrisposto al suddetto titolo con quanto dovuto per contributi all’Istituto previdenziale, comporta l’obbligo dello stesso datore – in caso di prestazioni indebitamente erogate al lavoratore e poste a conguaglio – di recuperare le relative somme, trattenendole su quelle da lui dovute al lavoratore medesimo a qualsiasi titolo in dipendenza del rapporto di lavoro, giusta la previsione di legge (d.P.R. n.797 del 1955, art.24) che, testualmente, stabilisce: “In caso di indebita percezione di assegni da parte dei lavoratori, le somme che questi devono restituire sono trattenute sull’importo degli assegni da corrispondersi ad essi ulteriormente o su ogni altro credito derivante dal rapporto di lavoro”.

Al tempo stesso, il ricorso al detto meccanismo, determinando il versamento all’INPS della sola eccedenza tra l’importo degli assegni corrisposti e il complessivo maggiore ammontare dei contributi dovuti, comporta che il datore di lavoro è giustificatamente chiamato a contraddire in ordine alla pretesa avanzata dall’Istituto previdenziale per la restituzione dell’importo degli assegni indebitamente corrisposti (e, quindi, indebitamente detratto dalle somme dovute a titolo contributivo); nè, stante il difetto di una qualunque previsione normativa che disponga al riguardo, può configurasi un onere per l’INPS di attendere l’avvenuto recupero delle somme da parte del datore di lavoro per pretenderne giudiziariamente il pagamento.

Da qui, dunque, il rigetto del ricorso.
Di rilievo le conseguenze pratiche della sentenza.

Fonte: Ipsoa.it

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