Articolo 18: quello che il Jobs Act non dice

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Il testo del Jobs Act (ddl 1428 AS), approvato con voto di fiducia dal Senato, non indica al Governo in modo chiaro e definito la via da seguire per riformare l’art.18 della legge n.300/1970 in merito alle sanzioni per i licenziamenti individuali illegittimi e neppure parla di quelli collettivi.

Il proclamato e dichiarato intento di riformare l’ art.18 della legge 20 maggio 1970, n.300 (Statuto dei lavoratori) su cui si sono fortemente divisi i partiti che sostengono il Governo sia fra loro sia al loro interno non trova una diretta e chiara indicazione di marcia nel testo dell’articolato, peraltro strutturato in un unico articolo di ben 14 commi, nella peggiore tradizione parlamentare italiana.

Tuttavia, il disegno di legge delega AS 1428 uscito dall’aula del Senato dopo una faticosa giornata caratterizzata da scontri e da una vera e propria bagarre – a sottolineare la delicatezza dei temi che si vorrebbero affrontare (sanzioni più lievi per i licenziamenti, ma anche demansionamento più agevole e meno oneroso per le imprese e poteri di controllo più ampi per il datore di lavoro) – contiene alcuni elementi che potrebbero (astrattamente) consentire al Governo di affrontare la problematica della nuova revisione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (dopo quella di due anni fa compiuta dalla legge n.92/2012).

Jobs act demansionamento per riorganizzazione, ristrutturazione o conversione aziendale
E su quei passaggi del disegno di legge delega occorre appuntare l’attenzione e la disamina, anche in prospettiva schiettamente costituzionalistica, non solo (e non tanto) giuslavoristica, posto che – secondo quanto riferiscono fonti governative sugli organi di informazione – lo spatium deliberandi per modifiche ed emendamenti assegnato alla Commissione Lavoro della Camera dei Deputati (che inizierà l’esame del ddl, ora AC 2660, giovedì 16 ottobre) sembra essere limitatissimo e marginale.

Il codice semplificato del lavoro
Anzitutto l’incipit del comma 7 dell’art.1 della delega prevede che il Governo adotti (entro 6 mesi) “un testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro”. La previsione del cosiddetto “codice semplificato del lavoro”, invero, non viene introdotta sulla scorta della realizzazione di un “testo unico”, ma di un “testo organico semplificato”, laddove l’organicità e la semplificazione sembrano consentire al Governo non soltanto di recuperare e riordinare la normativa vigente in materia di rapporti di lavoro, ma piuttosto di riscrivere integralmente il quadro regolatorio dei rapporti di lavoro.

In tale opera di complessa e completa revisione della disciplina dei rapporti di lavoro il legislatore delegato si troverà a dover rispettare “la regolazione dell’Unione europea e le convenzioni internazionali”, oltre ai “princìpi e criteri direttivi” della stessa legge delega, ma senza dubbio in questa previsione può agevolmente rinvenirsi uno spazio di movimento particolarmente ampio per il Governo, utile anche per rimodulare le tutele oggi previste dall’art. 18 della legge n. 300/1970, che potrebbero venire largamente diminuite nel codice semplificato.

D’altro canto, il testo del ddl delega trasmesso dal Senato alla Camera non menziona espressamente l’art.18 in nessun luogo, ma neppure sancisce limiti specificamente individuati per circoscrivere l’intervento sulla norma principe che governa il quadro regolatorio delle sanzioni incombenti sui datori di lavoro per i licenziamenti nulli e illegittimi.

La promozione del contratto a tempo indeterminato
Fra i principi e i criteri direttivi che dovranno essere rispettati dal Governo nella redazione del codice semplificato la lettera b) del comma 7 dell’art. 1 della delega prevede la promozione del contratto a tempo indeterminato quale “forma privilegiata di contratto di lavoro”, con l’impegno a renderlo “più conveniente rispetto agli altri tipi di contratto”, con riferimento agli “oneri diretti e indiretti”.

Su questo passaggio della (futura) legge delega sembra potersi agganciare, più che altrove, l’intervento sulla rimodulazione del sistema sanzionatorio per i licenziamenti individuali illegittimi.

Non vi sono dubbi, infatti, riguardo alla circostanza che nel novero degli oneri indiretti connessi o comunque derivati dalla gestione dei rapporti di lavoro e dall’amministrazione del personale figurano inevitabilmente i “costi” relativi al contenzioso in materia di licenziamento individuale e i profili economici –indennizzo, risarcimento, indennità sostitutiva – attinenti alla stabilità dei rapporti di lavoro conseguente al regime sanzionatorio previsto per i licenziamenti.

Su questo fronte, pertanto, il Governo potrà ritagliarsi uno spazio notevole di rimodellamento dei contenuti del vigente art.18 dello Statuto dei Lavoratori fino ad eliminare del tutto i casi d reintegrazione del lavoratore licenziato e a ridurre gli importi dovuti dal datore di lavoro a titolo di indennizzo ovvero di risarcimento.
Né il testo normativo approvato dal Senato include, nei criteri e principi che dovrebbero dirigere l’esercizio concreto della delega, limiti o paletti predeterminati oltre i quali tale azione di rimodulazione potrà essere operata.

Il contratto a tutele crescenti
Da ultimo, in assenza di esplicita e chiara previsione di intervento emendativo sull’art.18 della legge n.300/1970, il Governo potrebbe rintracciare un’ulteriore frontiera di rimodellamento anche nei contenuti propri della lettera c) del comma 7 dell’art. 1 del ddl delega in base al quale i decreti delegati dovranno prevedere, sia pure limitatamente ai nuovi assunti, un “contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio”.

Seppure assai meno incisivo dell’altro momento qualificante sopra analizzato, relativo ai costi indiretti della gestione del contratto a tempo indeterminato, anche questo passaggio sul contratto a tutele crescenti potrebbe assumere un ruolo primario per consentire al Governo di ridisegnare i contorni e i contenuti dell’art. 18 dello Statuto, sancendo una modulazione del quadro sanzionatorio che muta al traguardare di determinate anzianità di servizio da parte del lavoratore ingiustamente o illegittimamente licenziato.

Peraltro, il nuovo contratto a protezione crescente potrebbe assicurare al lavoratore esclusivamente un indennizzo economico in qualsiasi fattispecie di licenziamento, trovando il legislatore delegato l’unico parametro regolativo nella progressione delle tutele in conseguenza dell’incremento dell’anzianità di servizio del lavoratore licenziato.

I dubbi di legittimità costituzionale
Fin qui i punti del testo del ddl delega licenziato dal Senato nei quali potrebbe insinuarsi la potestà legislativa delegata di modificare le vigenti previsioni dell’art.18 della legge n.300/1970, come già riformato dalla legge n.92/2012 appena due anni fa.

Tuttavia, sulla praticabilità di ciascuno dei riferimenti normativi del ddl per intervenire in sede di decretazione delegata sul sistema sanzionatorio dei licenziamenti, si deve sollevare più di un dubbio per quanto attiene alla legittimità costituzionale dei testi di legge adottati dal Governo in forza di una delega così ampia e priva di contorni chiari e definiti.

In effetti, l’art.76 Cost., che indica i limiti entro i quali il Governo può essere delegato ad esercitare la funzione legislativa, stabilisce espressamente che “l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principî e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti”.
La Corte costituzionale si è più volte posizionata in una censura sulla costituzionalità dei decreti delegati per estraneità della disciplina regolatoria stabilita nel decreto delegato in raffronto con l’oggetto della delega (sentenze n.503 del 18 novembre 2000 e n.212 del 18 giugno 2003), come pure per l’estraneità dell’oggetto rispetto ai contenuti della delega (sentenze n.251 del 17 luglio 2001 e n.170 del 17 maggio 2007). In effetti, “l’impossibilità di individuare nella legge di delegazione un’idonea base della normativa impugnata ne comporta quindi la dichiarazione di illegittimità costituzionale per violazione dell’art.76 della Costituzione” (così espressamente nella sentenza n.251/2001), peraltro “il sindacato di costituzionalità sulla delega legislativa si esplica attraverso un confronto tra gli esiti di due processi ermeneutici paralleli: l’uno, relativo alle norme che determinano l’oggetto, i principi e i criteri direttivi indicati dalla delega, tenendo conto del complessivo contesto di norme in cui si collocano e si individuano le ragioni e le finalità poste a fondamento della legge di delegazione; l’altro, relativo alle norme poste dal legislatore delegato, da interpretarsi nel significato compatibile con i principi ed i criteri direttivi della delega” (così nella sentenza n.170/2007).

D’altra parte, la Corte costituzionale ha anche evidenziato come il riferimento alle finalità proprie della delega assuma necessariamente una funzione limitativa dell’oggetto di essa, con la conseguenza di circoscrivere le potenzialità stesse di un intervento normativo da parte del Governo (sentenza n.71 del 28 marzo 2008).

Sulla scorta di quanto ora annotato, dunque, salvo che il testo uscito dal Senato, ora all’esame della Camera, non riceva specifiche puntualizzazioni sul tema delle modifiche da apportare all’art.18 dello Statuto dei lavoratori, è agevole prevedere un pesante contenzioso costituzionale attivabile da qualsiasi giudice che venga chiamato a valutare la legittimità di un licenziamento individuale e ad applicare le nuove sanzioni che l’attuale esecutivo, secondo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, vorrebbe introdurre con riferimento alla generalità dei licenziamenti per giustificato motivo oggettivo e alla maggior parte dei licenziamenti di natura disciplinare, in assenza di qualsiasi traccia esplicita sia nell’oggetto sia nei contenuti del ddl delega.

E non v’è dubbio che tale situazione di rischio per un presumibile (e costoso) contenzioso soffocherebbe qualsiasi iniziativa imprenditoriale che, astrattamente, l’eliminazione della reintegra potrebbe sollecitare nella scelta gestionale di operare interventi selettivi sul personale da licenziare per operare nuove assunzioni (prevedibilmente per rapporti di lavoro meno onerosi).

Le considerazioni contenute nel presente intervento sono frutto esclusivo del pensiero dell’Autore e non hanno carattere in alcun modo impegnativo per l’Amministrazione alla quale appartiene.

Fonte: Ipsoa.it

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