Appalto revocato? Per licenziare occorre la prova

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La sentenza si occupa del licenziamento di alcuni lavoratori di un’impresa appaltatrice di lavori pubblici per la costruzione dell’alta velocità’ sulla linea ferroviaria Roma Napoli, licenziamento motivato, a seguito del ritrovamento di reperti archeologici, in relazione alla revoca dell’appalto ed all’affidamento di esso ad altra impresa.

La Corte si occupa in particolare del problema della prova, a carico del datore di lavoro, dell’impossibilità di utilizzare i lavoratori in altre mansioni compatibili e del problema se tale prova possa essere fornita mediante fatti positivi (quali l’ammissione alla procedura dell’amministrazione controllata) e fatti negativi (quali la mancanza di nuove assunzioni in qualifiche relative alle mansioni equivalenti a quelle dei lavoratori licenziati).

La decisione esclude nella specie la rilevanza dell’amministrazione controllata (successiva di alcuni mesi ai recessi) e delle mancate assunzioni (essendo stato provato che il cantiere fosse comunque aperto con alcune maestranze), ed afferma che, in tema di licenziamento per giustificato motivo oggettivo determinato da ragioni tecniche, organizzative e produttive, compete al giudice – che non può, invece, sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall’art. 41 Cost. – il controllo in ordine all’effettiva sussistenza del motivo addotto dal datore di lavoro, in ordine al quale il datore di lavoro ha l’onere di provare, anche mediante elementi presuntivi ed indiziari, l’impossibilità di una differente utilizzazione del lavoratore in mansioni diverse da quelle precedentemente svolte; tale prova, tuttavia, non deve essere intesa in modo rigido, dovendosi esigere dallo stesso lavoratore che impugni il licenziamento una collaborazione nell’accertamento di un possibile “repechage”, mediante l’allegazione dell’esistenza di altri posti di lavoro nei quali egli poteva essere utilmente ricollocato, e conseguendo a tale allegazione l’onere del datore di lavoro di provare la non utilizzabilità nei posti predetti.

Nel medesimo senso, Cass. Sez. L, Sentenza n.3040 del 08/02/2011.

In precedenza, Cass. Sez. L, Sentenza n.6559 del 18/03/2010 aveva pure affermato che il giustificato motivo oggettivo di licenziamento determinato da ragioni tecniche, organizzative produttive è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa, espressione della libertà di iniziativa economica tutelata dall’art.41 Cost. Pertanto, spetta al giudice il controllo in ordine all’effettiva sussistenza del motivo addotto dal datore di lavoro, e l’onere probatorio grava per intero sul datore di lavoro, che deve dare prova anche dell’impossibilità di una differente utilizzazione del lavoratore in mansioni diverse da quelle precedentemente svolte, onere che può essere assolto anche mediante il ricorso a risultanze di natura presuntiva ed indiziaria, mentre il lavoratore ha comunque un onere di deduzione e di allegazione di tale possibilità di reimpiego.

La decisione in commento è interessante anche sotto altro profilo, relativo alla illegittimità del termine apposto ai contratti di lavoro dei dipendenti in questione, atteso che la Corte ha ritenuto adeguatamente motivata la sentenza della corte territoriale che nella specie aveva escluso che l’opera di scavi archeologici propedeutici alla costruzione dell’opera pubblica (non prevista espressamente nel contratto di appalto originariamente stipulato) potesse essere configurata come avente carattere straordinario ed occasionale, idonee a legittimare la stipula di contratti a termine, essendo ritenuto per converso l’inerenza di tali lavori all’appalto originario.

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